lunedì 10 dicembre 2012

La rappresentazione di donne e uomini nei media e nel settore pubblicitario

Sala del Parlamentino MISE
Palazzo dell’Industria, Via Veneto, 33 
ROMA 
10 dicembre 2012 ore 10.00


Il Comitato CEDAW delle Nazioni Unite ha più volte raccomandato all’Italia di adottare una strategia politica completa e coordinata per contrastare la rappresentazione stereotipata e sessista di donne e uomini, in particolare nei media e nel settore pubblicitario. La risoluzione del Parlamento Europeo 13 marzo 2012 sulla parità tra donne e uomini nell’Unione Europea  – 2011/2244/INI  evidenzia l'importanza di promuovere la rappresentazione dell'immagine femminile in modo che rispetti la dignità delle donne e di lottare contro i persistenti stereotipi di genere, in particolare contro la prevalenza di immagini degradanti, nel pieno rispetto della libertà di espressione e della libertà di stampa. 
Quale è la situazione italiana nei media rispetto alle obbligazioni internazionali e alle direttive comunitarie, quali le misure adottate nel sistema pubblico con il contratto di servizio Rai e quali le misure da adottare nel sistema privato, l’attualità e l’efficacia dei risultati e degli obbiettivi.
Nell’anniversario della firma della Convenzione ONU sui diritti umani, il CUG  romuove un incontro per discuterne .

Sono stati invitati all’incontro: i Ministri dello Sviluppo Economico e delle Pari Opportunità, la Presidente della Rai, la Comm.Parlament.di Vigilanza 

Interverranno in apertura:
Maria  Ludovica  Agrò, Presidente Cug  MiSE; Mirella  Ferlazzo, DG UAGR;  Roberto  Sambuco,  CD Comunicazioni; Patrizia De Rose ,CD Pari Opportunità; Sen. Vittoria Franco; Sen. Maria Ida Germontani; Bianca M.Pomeranzi, Comitato CEDAW; Costanza Esclapon , Direttore Comunicazione e Relazioni Esterne RAI; Sen. Monica Cirinnà; Nadia Rossi (Assessore Politiche di Genere Rimini)

Presenteranno i profili giuridici ed etici:
avv. Barbara Spinelli, Giuristi Democratici piattaforma CEDAW; d.ssa Claudia Signoretti Fondazione Pangea Onlus piattaforma CEDAW; cons. Monica  Velletti, magistrato; avv. Antonella Roselli, C.P.O. Consiglio Nazionale Forense; prof. Virgilio D’Antonio, Università Salerno; Valeria Bucchetti, Centro Interculturi di Genere;  Emilia Visco CNDI Soroptimist; Donatella Martini, Associazione Donne in Quota.

Seguirà discussione e dibattito
Gabriella Cims, promotrice appello Donne e Media; Fabrizia Boiardi,Associazione Donne in Quota; Daniela Brancati, giornalista; Donatella Consolandi, Pres.UNICOM; Nella Condorelli, Dir.Women in the City; Massimo Guastini Pres. Art Directori’s Club Italia;  Anna Maria  Mistrulli CPO RAI; Elisa Manna, Censis;,Biagio Vanacore, Presidente Associazione  Pubblicitari Professionisti;  Valeria Manieri, Segr.Pari o Dispare; Laura Moschini Osserv.Interuniversitario Genere; Daniela Poggi, attrice;Roberta Serdoz, giornalista RAI.

Leggi qui il mio intervento al dibattito.


sabato 4 agosto 2012

Al Consiglio dei diritti umani presentati il Rapporto sulla violenza maschile nei confronti delle donne in Italia ed il primo rapporto mondiale sul femminicidio

Il 25 giugno 2012 a Ginevra durante la 20a sessione del Consiglio sui Diritti umani (HRC) delle Nazioni Unite, la Relatrice Speciale ONU sulla violenza maschile contro le donne, Rashida Manjoo, ha presentato il Rapporto sulla violenza di genere in Italia e il Rapporto tematico sul femminicidio, in cui ha affermato che “la formulazione di istanze basate sul riconoscimento dei propri diritti fondamentali da parte delle donne, resta un’importante strumento strategico e politico per l’empowerment delle donne e per fronteggiare le violazioni dei diritti umani”. Durante la sua relazione ha chiarito i significati di femmicidio e femminicidio (per chi avesse ancora dubbi su come si nomina l’omicidio di genere) oltrepassando il carattere specificamente culturale, religioso, sociale del fenomeno, affermando che ovunque si consumi, l’omicidio di genere ha una chiara matrice comune a tutte le donne del mondo anche se con diverse declinazioni. A Ginevra, come relatrice, era presente anche Barbara Spinelli, avvocata esperta di femminicidio e femmicidio, parte attiva nella Piattaforma Cedaw e del relativo Rapporto Ombra presentato a luglio del 2011 a New York, redattrice del dossier specialistico “Femmicidio e femminicidio in Europa quale esito della violenza nelle relazioni di intimità” al seminario promosso dalla Relatrice Speciale delle Nazioni Unite contro la violenza sulle donne, e che per noi ha scritto una sintesi di quello che è stato il Rapporto tematico durante la 20a sessione dei Diritti Umani davanti ai Paesi di tutto il mondo, un evento così importante ed epocale perché il primo che viene redatto e illustrato in questi termini. Grazie

L’ONU AI DELEGATI DI TUTTI I GOVERNI DEL MONDO: È ORA DI AGIRE CONTRO IL FEMMINICIDIO


di Barbara Spinelli*

pubblicato su http://blog.ilmanifesto.it/antiviolenza/2012/06/28/lonu-contro-femmicidio-e-femminicidio-nel-mondo/

E’ del 2002 la notizia che la violenza maschile sulle donne costituisce la prima causa di morte al mondo per le donne tra i 16 ed i 44 anni. Da allora, troppo poco è stato fatto dagli Stati a livello nazionale per contrastare gli omicidi di donne basati sul genere, e quella violenza in famiglia che troppo spesso (nel 70% dei casi) li precede. Le Nazioni Unite tuttavia non sono rimaste insensibili a questa macroviolazione dei diritti umani. Già il Comitato per l’attuazione della Convenzione ONU per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne aveva chiesto a vari Stati, tra cui al Messico ed all’Italia (unico Paese europeo, nel 2011), di adottare misure specifiche per il contrasto al femminicidio, evidenziando come l’aumento dei casi potesse evidenziare un fallimento delle Autorità nel proteggere le donne dalla violenza, soprattutto domestica. Ma il 25 giugno 2012 è stato un giorno epocale per la lotta alla violenza maschile sulle donne: per la prima volta, ai delegati di tutti i Paesi del Mondo, riuniti a Ginevra, nel Palazzo delle Nazioni Unite, al Consiglio dei Diritti Umani, è stato sottoposto un Rapporto tematico sugli omicidi basati sul genere, elaborato dalla Relatrice Speciale dell’ONU contro la violenza sulle donne, Rashida Manjoo.

Il Rapporto tematico sugli omicidi basati sul genere

Il Rapporto tematico sugli omicidi basati sul genere, elaborato dalla Relatrice Speciale dell’ONU contro la violenza sulle donne, Rashida Manjoo, è frutto di numerose consultazioni. In particolare, è stato preceduto nell’ottobre 2011 da un seminario convocato a New York dalla Relatrice Speciale, che ha coinvolto 25 esperti provenienti da diverse aree geografiche, appartenenti al mondo universitario, alle organizzazioni della società civile, ad agenzie delle Nazioni Unite, tutti con comprovate competenze tecniche e professionali in materia di femminicidio. A quell’incontro, nel quale io sono stata invitata in qualità di esperta per l’area europea, si è fatto il punto della situazione sul riconoscimento dei concetti di femmicidio e femminicidio a livello teorico. Ogni esperto ha esplorato le differenti manifestazioni del femminicidio nelle varie aree geografiche, e la risposta delle Istituzioni, con particolare riguardo alle buone pratiche instaurate per garantire una effettiva protezione delle donne dalla rivittimizzazione. Al termine, è stata analizzata la giurisprudenza rilevante a livello regionale e internazionale. La Relatrice Speciale, nel suo rapporto tematico non ha usato mezzi termini nell’affermare che “a livello mondiale, la diffusione degli omicidi basati sul genere, nelle loro diverse manifestazioni, ha assunto proporzioni allarmanti” e che “culturalmente e socialmente radicati, continuano ad essere accettati, tollerati e giustificati, e l’impunità costituisce la norma”. Il diverso significato dei concetti di femmicidio e femminicidio viene ricostruito meticolosamente, riconoscendo che questi termini sono diventati di uso comune grazie alle lotte del movimento femminista, “come alternativa alla natura neutra del termine omicidio, che trascura la realtà di disuguaglianza, oppressione e violenza sistematica nei confronti delle donne”, e per creare una vera e propria “resistenza” a questa forma di violenza letale. Rashida Manjoo non manca di notare una certa ipocrisia in chi continua a definire gli omicidi basati sul genere “delitti passionali” in Occidente, come atto di un singolo individuo, e “delitti d’onore” a Oriente, quale esito di pratiche religiose o culturali. Questa dicotomia, spiega la Relatrice richiamando l’ottima criminologa Nadera Shaloub Kevorkian, esprime una visione concettuale semplicistica, discriminatoria e spesso stereotipata, che oscura l’intersezionalità dei fattori politici, economici, sociali, culturali, e di genere che riguardano tutte le donne del mondo”. Gli omicidi basati sul genere nel Mondo si manifestano in forme anche diverse tra loro. Qualsiasi sia la forma in cui si manifestino, viene chiarito in via definitiva che “Non si tratta di incidenti isolati che accadono all’improvviso, inaspettati, ma rappresentano piuttosto l’ultimo atto si un continuum di violenza”. Ed infatti, la forma di femminicidio che accomuna tutte le donne del mondo è proprio l’uccisione a seguito di pregressa violenza subita nell’ambito della relazione d’intimità. Altre forme di femminicidio sono quelle legate alle accuse di stregoneria o di magia, diffuse in alcuni Paesi dell’Africa, dell’Asia e delle isole del Pacifico; gli omicidi di donne commessi in nome “dell’onore”; i ginocidi perpetrati nell’ambito dei conflitti armati; le uccisioni di donne a causa della dote, assai diffusi in alcuni Paesi dell’Asia meridionale; gli omicidi di donne indigene e aborigene; le forme estreme di accanimento sui corpi delle donne in cui sono coinvolte la criminalità organizzata e le organizzazioni paramilitari; le uccisioni a causa dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere (che sono in continuo aumento, tanto che il Consiglio dei Diritti Umani ha adottato una risoluzione rivoluzionaria sulle violazioni dei diritti umani basate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere, la n. 17/19); e le altre forme di uccisioni correlate al genere, come la pratica del sati (le vedove indiane bruciate vive sulla pira funeraria del marito) o l’aborto dei feti e l’uccisione delle bambine in quanto donne. Un aspetto significativo di questo Rapporto tematico è la condanna dei media che spesso, nel riportare delle uccisioni di donne, “hanno perpetuato stereotipi e pregiudizi”, ma che tuttavia, in mancanza di una raccolta dati ufficiali, riportando informazioni sulla relazione autore/vittima e su eventuali pregresse violenze, spesso “hanno aiutato le associazioni di donne a a distinguere i femminicidi dagli altri omicidi di donne”. La Relatrice Speciale ha individuato, tra le sfide principali per prevenire e contrastare il femminicidio: la difficoltà di una trasformazione sociale profonda in generale, le difficoltà nell’accesso alla giustizia, l’assenza o insufficienza di un discorso basato sui diritti umani nell’approccio agli omicidi di donne; la cecità delle disuguaglianze strutturali e la complessa intersezione tra le relazioni di potere nella sfera pubblica e privata, che rimane la causa più profonda delle discriminazioni sessuali e basate sul genere.

Le raccomandazioni

La Relatrice speciale invita gli Stati a utilizzare categorie adeguate per la classificazione degli omicidi di donne, che tengano conto della dimensione di genere, e di adottare gli indicatori ONU per la raccolta disaggregata dei dati. Sottolinea l’importanza di una corretta informazione sul tema da parte dei media, di un’adeguata valutazione del rischio, della previsione di strumenti di tutela civili e penali, e dell’importanza di poter disporre di servizi sociali e di case rifugio in numero adeguato. Evidenzia come, nei casi di crisi o debolezza delle Istituzioni, l’impunità dovuta alla corruzione e alla rinuncia da parte dello Stato a offrire tutela giurisdizionale renda possibili e favorisca gravissime violazioni dei diritti fondamentali delle donne. Suggerisce che un Protocollo di azione, rivolto alla magistratura, alle forze dell’ordine e ai politici, potrebbe essere utile a definire linee guida basate su standard internazionali per la prevenzione e le indagini sui femminicidi, e potrebbe rendere più facile far valere la responsabilità internazionale degli Stati per la loro violazione. L’eliminazione della violenza sulle donne è basata sul rispetto degli standards internazionali nella previsione legale di misure di protezione, nell’adozione di politiche adeguate, e nella promozione di una cultura del rispetto e non discriminatoria. In sostanza, l’unica soluzione sta in un approccio olistico alle cause strutturali di discriminazione, oppressione e marginalizzazione delle donne, che preveda azioni sul piano politico, operativo, giuridico e amministrativo.

La reazione degli Stati alla presentazione del Rapporto tematico sul femminicidio

La maggior parte delle delegazioni governative presenti ha accolto con ampio favore il Rapporto Tematico, ringraziando la Relatrice Speciale ed impegnandosi a perseguire a livello nazionale ed internazionale gli obbiettivi indicati. Le uniche note critiche sono venute dall’Algeria, che ha affermato che il suo codice penale punisce qualsiasi persona responsabile di violenza nei confronti di un’altra persona, aldilà del genere, e che quindi era necessario che il rapporto non avesse incluso aspetti controversi non riconosciuti dal diritto internazionale, e dall’Egitto che, analogamente, si è espresso in totale disaccordo con il legame individuato nel Rapporto tra discriminazione nei confronti di donne e bambine e gli omicidi e che ha “rigettato categoricamente” il tentativo compiuto dalla Relatrice Speciale di introdurre nozioni estranee al quadro internazionale dei diritti umani e delle obbligazioni degli Stati, come le nozioni di orientamento sessuale e identità di genere.

Il ruolo della società civile: la storia siamo noi

La Piattaforma CEDAW è stata presente a Ginevra, ed ha attivamente preso parte ai lavori. Sono state presentate tre dichiarazioni scritte e gli interventi orali si sono alternati sia nell’ambito del dialogo interattivo (Giuristi Democratici e centro antiviolenza di Parma) sia nell’ambito del dibattito generale (Pangea e D.i.re). Inoltre, abbiamo organizzato un evento parallelo per approfondire il dibattito, con un panel di relatori nazionali ed internazionali. La Relatrice Speciale nel Rapporto tematico ha affermato che “la formulazione di istanze basate sul riconoscimento dei propri diritti fondamentali da parte delle donne, resta un’importante strumento strategico e politico per l’empowerment delle donne e per fronteggiare le violazioni dei diritti umani”. E’ così. Ce lo dimostrano i risultati ottenuti nel contrasto al femminicidio dalle donne messicane, ma ce lo dimostra anche la nostra storia. C’è una parte di società in Italia che ha modo di vedere con i suoi occhi quanto fa male la violenza maschile sulle donne: non fa male solo alla donna che viene picchiata o umiliata ogni giorno nell’inferno di casa sua, ma fa male anche all’azienda in cui lavora, per i giorni di malattia che si prende e la perdita di produttività, e fa male al sistema sanitario, e alla democrazia in generale. C’è una parte di società, uomini e donne, che ha voglia di raccontare l’entusiasmo di lavorare in rete per contrastare la violenza nelle relazioni di intimità, e le frustrazioni legate alla mancanza di fondi per farlo: dai soldi che mancano per la benzina delle volanti, alle case rifugio che chiudono per il mancato rinnovo delle convenzioni con gli enti locali. C’è una parte di società che ha documentato tutto questo, che ha fornito il proprio contributo all’elaborazione del “Rapporto ombra” sull’implementazione della CEDAW in Italia. Tante esperte ed esperti, tanti operatori e operatrici, tanti collettivi femministi e associazioni, tante donne sopravvissute alla violenza o alla discriminazione, hanno raccontato il loro pezzo di storia, il loro pezzo di resistenza quotidiana, fornito i dati raccolti, evidenziato le conseguenze sulle loro vite, o sulle vite delle persone che assistevano, di leggi sbagliate, ingiuste, e politiche incuranti degli effetti devastanti prodotti sulle vite delle donne. Hanno riferito delle battaglie portate avanti per cercare un dialogo con le Istituzioni a tutela di quei diritti, e di come non sempre fossero riusciti ad ottenerlo. Tutto questo materiale, raccolto e rielaborato dal gruppo di lavoro della Piattaforma CEDAW, è stato da me tradotto nel linguaggio dei diritti: ovvero, nel “Rapporto Ombra” abbiamo identificato le violazioni dei diritti umani delle donne in Italia, diritto per diritto, dal diritto all’istruzione, al diritto alla salute, al lavoro, e così via, fino al diritto a una vita libera dalla violenza. E, identificate tutte le violazioni, le abbiamo sottoposte all’ONU, al Comitato per l’implementazione della CEDAW. Il Comitato CEDAW, ricevute anche le corpose documentazioni ufficiali dal Governo italiano, e a seguito di un dialogo costruttivo da tra esperti del Comitato CEDAW ed esperti dei vari Ministeri, ha ritenuto che la maggior parte delle violazioni da noi identificate fossero effettivamente tali, ed ha indirizzato all’Italia una serie di raccomandazioni molto severe, identificando come problemi principali la lotta agli stereotipi e alla violenza sulle donne. Su questi temi, il Governo italiano è chiamato a riferire nel 2013. Ma come Piattaforma CEDAW, ed in particolare Giuristi Democratici e la rete nazionale dei centri antiviolenza D.i.re, nel periodo in cui preparavamo il Rapporto Ombra, abbiamo anche invitato in Italia la Relatrice Speciale dell’ONU contro la violenza sulle donne, per proporre tre giorni di incontri e seminari sugli strumenti internazionali di tutela dei diritti delle donne. In quei giorni la Relatrice Speciale ebbe modo di conoscere dalla società civile le cause e le conseguenze della violenza sulle donne in Italia. Successivamente, decise di chiedere al Governo italiano la possibilità di venire in Italia in visita ufficiale, possibilità che fu prontamente accordata. La Missione, avvenuta dal 15 al 26 gennaio 2012, ha permesso alla Relatrice di poter ottenere informazioni dirette dalle Istituzioni, attraverso incontri con esperti dei vari Ministeri, esponenti della Magistratura e altri organismi, che l’hanno ricevuta ufficialmente ed hanno dialogato con Lei, rispondendo alle sue domande e offrendole informazioni rilevanti. Il Governo le ha anche concesso la possibilità di visitare carceri e C.I.E., e di parlare con donne detenute e trattenute, in privato. Inoltre, ci sono stati gli incontri con la società civile: dalle operatrici dei centri antiviolenza, alle mediatrici culturali, a medici, avvocate, psicologhe, accademiche, associazioni filogovernative e organizzazioni non governative, collettivi, e poi vittime di violenza o di discriminazioni. Si è creata una rete di contatti e relazioni per documentare attraverso resoconti documentati, dati, ricerche e storie di vita vissuta una realtà che le Istituzioni si ostinano a non voler vedere, quella del percorso a ostacoli che devono affrontare le donne che vogliono uscire da una situazione di violenza e gli operatori che le assistono. La Relatrice Speciale dell’ONU contro la violenza sulle donne, In contemporanea al Rapporto tematico sul femminicidio, davanti al Consiglio dei Diritti umani dell’ONU a presentato anche il Rapporto sulla Missione in Italia, che contiene delle Raccomandazioni specifiche rivolte alle Istituzioni italiane su quali azioni è necessario porre in essere per il futuro per il contrasto alla violenza maschile sulle donne e la prevenzione del femminicidio. E’ evidente che il protagonismo della Piattaforma CEDAW e della rete nazionale dei centri antiviolenza (DIRE), nonché di tutte quelle realtà femminili e femministe che vi orbitano intorno e che hanno apportato dati fondamentali all’elaborazione delle istanze promosse davanti all’ONU (si pensi al prezioso lavoro di Femminismo ASud sulla PAS o dell’ASGI sulla condizione delle donne migranti e le problematiche relative alle azioni antidiscriminatorie, ma l’elenco sarebbe davvero troppo lungo) ha reso possibile la definizione da parte delle Nazioni Unite di indicazioni ben precise circa le politiche e le modifiche legislative che devono essere poste in essere per garantire, in concreto, miglioramenti per le donne italiane nell’accesso e nel godimento dei loro diritti fondamentali. Più che mere indicazioni, si tratta di vere e proprie obbligazioni internazionali che il Governo italiano è chiamato ad adempiere, e della cui violazione può essere chiamato a rispondere. Spetta a tutte/i noi, ora, fare si che queste raccomandazioni vengano rispettate e che venga data attuazione alle misure richieste. Credo che il protagonismo di tutte/i coloro, singole e associazioni, che hanno partecipato sia al percorso che ha portato alla presentazione del Rapporto Ombra CEDAW sia alle consultazioni con la Relatrice Speciale nel corso della sua visita ufficiale, vada riconosciuto e ringraziato, unitamente alla sensibilità di quei media che hanno dato visibilità alle raccomandazioni, output di questo percorso. E’ stato solo grazie a questa rete informale che questi risultati sono stati possibili, ed è un meraviglioso esempio di partecipazione politica e di protagonismo civile per la trasformazione sociale. “Be the change you wish to see in the world”, diceva Ghandi. Il merito mio e della Piattaforma CEDAW è stato solo quello di avere fatto da regia e da cassa di risonanza delle rivendicazioni provenienti dalla società civile, e di averle portate all’attenzione delle Nazioni Unite nella forma e con le modalità adeguate. Ora si tratta di andare avanti, in un processo che da un lato deve tendere alla responsabilizzazione istituzionale su queste tematiche, e dall’altro al progressivo superamento dei personalismi e delle strategie di etichettamento che fino ad oggi hanno ostacolato l’efficacia dell’azione dei gruppi femminili, andando invece verso l’identificazione ed il perseguimento di obbiettivi comuni che vedano uniti tutti e tutte per la rivendicazione di misure adeguate per la prevenzione e protezione delle bambine, donne, lesbiche, trans, queer ed intersessuali dalla violenza basata sul genere e sull’orientamento sessuale.

Il mio pensiero, nel leggere il Rapporto tematico e nel partecipare ai lavori della sessione, è andato a Barbara, Maria Grazia, Vanessa, Elisa ed a tutte quelle altre di donne di cui conosciamo nomi, volti, ed esecutori, ma soprattutto è andato a tutte quelle che sono scampate alla violenza femminicida, e che passano ogni giorno della loro vita nell’insicurezza, temendo che possa succedere di nuovo, che possa accadere il peggio, con l’amarezza in bocca e quel senso di essere state abbandonate dalle Istituzioni. Queste raccomandazioni sono per voi, e per chi verrà dopo di voi, che possa non provare più questa solitudine, che possa trovare dalle Istituzioni il supporto necessario per vivere in sicurezza una vita libera dalla violenza.

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* Barbara Spinelli, avvocata, fa parte dell’Associazione Giuristi Democratici e della Piattaforma di ONG “30 anni di CEDAW: lavori in corsa”, nell’ambito della quale ha coordinato la redazione e scritto il “Rapporto ombra” sull’implementazione della CEDAW in Italia, presentato nel corso della 49ma sessione del Comitato CEDAW, alle Nazioni Unite, nel luglio 2011. E’ autrice del libro “Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale” (FrancoAngeli, 2008) e di altre pubblicazioni specialistiche sul tema. E’ stata invitata in qualità di esperta al seminario sugli omicidi basati sul genere promosso dalla Relatrice Speciale delle Nazioni Unite contro la violenza sulle donne, nell’ambito del quale ha presentato il dossier specialistico “Femmicidio e femminicidio in Europa quale esito della violenza nelle relazioni di intimità”. E’ stata il punto di contatto per gli incontri con la società civile nell’ambito della missione ufficiale in Italia della Relatrice Speciale delle Nazioni Unite contro la violenza sulle donne avvenuta dal 15 al 26 gennaio 2012. Gestisce i blog femminicidio.blogspot.it e gdcedaw.blogspot.com


Violenza sulle donne, l’Onu all’Italia: “Crimine di Stato, fate di più”
di Luisa Pronzato

25.06.2012


Fonte: http://27esimaora.corriere.it/articolo/la-violenza-sulle-donne-e-invisibilericonoscerla-e-un-diritto-umano/#more-5113

Violenza sulle donne, arriva il richiamo dell’Onu al governo: “In Italia resta un problema grave, risolverlo è un obbligo internazionale”. Le osservazioni all’Italia di Rashida Manjoo, Special Rapporteur delle Nazioni Unite per il contrasto della violenza sulle donne, sono pesanti.

“Femmicidio e femminicidio sono crimini di Stato tollerati dalle pubbliche istituzioni per incapacità di prevenire, proteggere e tutelare la vita delle donne, che vivono diverse forme di discriminazioni e di violenza durante la loro vita – ha detto Manjoo lunedì a Ginevra -. In Italia, sono stati fatti sforzi da parte del Governo, attraverso l’adozione di leggi e politiche, incluso il Piano di Azione Nazionale contro la violenza”, riconosce, “questi risultati non hanno però portato a una diminuzione di femicidi o sono stati tradotti in un miglioramento della condizione di vita delle donne e delle bambine”.

Il Rapporto tematico annuale sugli omicidi basati sul genere e il Rapporto sulla violenza sulla scorta delle missione in Italia lo scorso gennaio sono stati presentati durante la 20° sessione del Consiglio per i diritti umani .

Quello di oggi a Ginevra è un incontro atteso e sotenuto dalle donne delle associazioni che con la violenza combattono da anni. Ci sono anche loro, oggi a Ginevra, oltre a un nutrito numero di delegati internazionali dei diritti umani, i rappresentanti del governo italiano. Per le donne della società civile oggi è un giorno di “riconoscimento”. C’è Barbara Spinelli, avvocata e autrice del libro Femminicidio che parla a nome dell’Associazione Internazionale Avvocate e Avvocati Democratici, Giuristi Democratici, che ha partecipato ai lavori di preparazione del Rapporto. Con Simona Lanzoni, coordinatrice della Fondazione Pangea per la Piattaforma 30 anni Cedaw lavori in corso, e Titti Carrano di D.i.Re hanno elaborato il rapporto ombra della CEDAW (Convenzione per l’eliminazione di tutte le discriminazioni contro le donne), di cui si ritrovano numerosi riferimenti nel rapporto di madame Manjoo.

“Il mio report sottolinea la questione della responsabilità dello Stato nella risposta data al contrasto della violenza”, dice la funzionaria Onu, “analizza l’impunità e l’aspetto della violenza istituzionale in merito agli omicidi di donne (femicidio) causati da azioni o omissioni dello Stato”.

La violenza di genere in Italia entra a pieno titolo sotto la lente dei diritti umani. Un Rapporto in un centinaio di punti, con un’analisi puntuale degli aspetti economici e sociali e politici che ne sono all’origine. “Il femmicidio è l’estrema conseguenza delle forme di violenza esistenti contro le donne”. E ancora: “Queste morti non sono isolati incidenti che arrivano in maniera inaspettata e immediata, ma sono l’ultimo efferato atto di violenza che pone fine a una serie di violenze continuative nel tempo”. Un’analisi serrata su cause e conseguenze di una politica che ancora troppo poco fa per eliminare le disparità di genere.

E una valanga di “raccomandazioni” a cui l’Italia potrà sottrarsi, se vorrà, ma con molta difficoltà: Una legge specifica sulla violenza alle donne. Un struttura governativa che tratti solo la parità e la violenza. Finanziare case rifugio e centri antiviolenza per mantenere l’esistente e per aprirne di nuove. Ratificare la Convenzione di Istanbul per la prevenzione della violenza, la protezione delle vittime e la condanna dei colpevoli che l’Italia avrebbe dovuto a firmare ad aprile.

Prevenzione, protezione delle vittime e punizione dei colpevoli sono i ritardi dell’Italia. Una violazione dei dritti umani? Di fatto, con regole poco chiare, “consente” di giungere a esplosioni di violenza che, come stiamo vedendo in questi mesi, culminano con l’uccisione di donne per il solo fatto di essere donne, il femminicidio di cui si sta occupando anche l’inchiesta della 27ora.

«Dall’inizio degli anni novanta è diminuito il numero di omicidi di uomini su uomini, mentre il numero di donne uccise da uomini è aumentato», ricorda Rashida Manjoo..

I numeri ormai li conosciamo: una donna su tre – in una età compresa tra i 16 e i 70 – è stata vittima di violenza. il 35% delle vittime non presenta denuncia. 63 le donne uccise da gennaio a giugno di quest’anno. Il 13% aveva chiesto aiuto per stalking.

E’ un vero e proprio richiamo quello che il Consiglio per i diritti umani fa al governo italiano sollecitandolo a mettere il problema della violenza sulle donne all’ordine del giorno della politica nazionale. L’allarme che lancia non lascia dubbi:

«La violenza contro le donne rimane un problema significativo in Italia»

Affrontarlo è un «obbligo internazionale». Non a parole. Con leggi e con azioni reali. L’autorevole voce di Rashida Manjoo (ex commissario parlamentare della Commissione sulla parità di genere in Sud Africa, docente Dipartimento di Diritto Pubblico dell’Università di Città del Capo, che ha progettato sistemi e contenuto per affrontare le differenze razziali, oltre che aver insegnato diritti umani ad Harvard) chiede che l’Italia si impegni «a eliminare gli atteggiamentistereotipati circa i ruoli e le responsabilità delle donne e degli uomini nella famiglia, nella società e nell’ambiente di lavoro».

Anche per l’Onu non è sufficiente che le donne restino le “centrocampiste del welfare”, come le definiva Dario Di Vico in un articolo in cui si sottolineava la fatica a conciliare lavoro e famiglia con il carico di lavoro casalingo per il 77% sulle spalle.

«Le donne trasportano un pesante fardello in termini di cura delle famiglie, mentre il contributo degli uomini è tra i più bassi nel mondo», sottolinea il Rapporto. Storie e dati portati a galla di volta in volta da cronache e statistiche, nel Rapporto di Rashida Manjoo mette in relazione l’incapacità di riconoscere alle donne posizioni e ruoli pari agli uomini e l’incapacità a rispondere con strumenti adeguati a proteggere le vittime. Il quadro che disegna è desolante. «In un contesto sociale patriarcale, dove la violenza domestica non viene sempre percepita come un crimine», dice, «persiste la percezione che le risposte dello stato non siano appropriate e sufficienti».

Ed è all’economia che fa appello come strumento di prevenzione. Rimuovere gli ostacoli che incidono sull’occupazione femminile, quelli che permettono la disparità retributiva. E rafforzare il sistema di previdenza sociale per superare i limiti all’integrazione delle donne nel mercato del lavoro. «La situazione economica e politica in Italia non giustifica la mancanza di attenzione e la diminuzione delle risorse per combattere la violenza contro le donne», dice la rappresentante speciale, «particolarmente oggi in un contesto in cui il numero di violenze fondate sul genere sta aumentando».

Le leggi per proteggere le vittime ci sarebbero, riconosce Rashida Manjoo. Non sono, però, sufficienti. Dipendenza economica, inchieste malfatte, un sistema di istituzioni e regole frammentato, lungaggine dei processi e inadeguata punizione dei colpevoli le rendono poco efficaci.

«Siamo seriamente preoccupati dalla sottostima del Governo italiano circa gli obblighi internazionali a proteggere le donne sopravvissute alla violenza nelle relazioni di intimità e di prevenire i femminicidi esito di questa violenza», è parte dell’intervento di Barbara Spinelli. «Come notato dal Comitato CEDAW, in Italia persistono “attitudini socio-culturali che condonano la violenza domestica”», diceBarbara Spinelli, e «“l’alto numero di donne uccise dai propri partner o ex partner (femminicidi) può indicare il fallimento delle autorità dello Stato nel proteggere adeguatamente le donne vittime dei propri partner o ex partner».

Ritardi dell’Italia che «Contribuiscono al silenzio delle vittime», dice il Rapporto. E a lasciare che il fenomeno resti invisibile. D’altronde il “diritto” degli uomini a picchiare le donne non è arcaico. È storia dei nostri nonni. Ce ne siamo dimenticate, la legge che lo ha abrogato è solo degli anni Settanta. Trentanni fa a un marito, un padre era consentito picchiare in quanto mezzo per “correggere” il comportamento delle donne, ricorda Ileana Aesso nel Quinto Stato: Storia di donne, legi e conquiste. Dalla tutela alla democrazia paritaria. Glielo riconosceva il codice penale e civile a patto che non ne abusasse. Ma il limite poche volte era stato chiarito lasciando nel dna della società e della cultura italiana l’abuso delle botte e la “disattenzione” ai diritti delle donne.

Creare una singola struttura governativa dedicata a trattare esclusivamente la questione della parità e la violenza è la prima raccomandazione che Rashida Manjoo rivolge al governo italiano a cui la rappresentante non fa sconti. Un ministero specifico e non una seconda “carica” come quella attribuita a Elsa Fornero, più concentrata sul Ministero del Lavoro che sulle Pari Opportunità. Al governo Monti, il cui obiettivo principale «è concentrarsi sulle riforme strutturali, economiche e del mercato del lavoro, per affrontare la crisi economica nazionale», l’Onu “raccomanda” di «intervenire sulle cause strutturali della disuguaglianza di genere e della discriminazione». E di intervenire sulla violenza identificandola per esempio nella sua reale entità, riunendo i codici civile e penale, formando i giudici per rafforzare le loro competenze, sostenendo economicamente i centri antiviolenza.

Quella che Manjoo elenca è una lunga serie di “raccomandazioni” che dovrebbero illuminare politiche più attente. « Dovrebbero spingere il governo ad attivarsi al più presto», dice Simona Lanzoni di Pangea. «L’insieme delle raccomandazioni offre un buon impianto al governo per sviluppare una politica reattiva. Tra le più urgenti affinché si riconosca il reale peso e si facciano leggi di conseguenza c’è la raccolta omogenea dei dati. Vitali come l’invito a ratificare la Convenzione di Istanbul per la prevenzione della violenza, la protezione delle vittime e la condanna dei colpevoli. Avrebbe dovuto essere firmata ad aprile. Ma il governo è silente». Ci sarebbero tutti i pilastri perché le istituzioni insieme alla società civile rielaborassero il Piano nazionale contro la violenza che deve essere fatto entro il 2013. «Non considerare queste urgenze, che ora sono sostenute anche dall’Onu, significa diminuire lo sviluppo del paese». Finché non si considera la violenza sulle donne un costo economico che erode il pil e l’economia, oltre che le’equilibrio della socità, sostiene Simona Lanzoni, l’Italia riuscirà a garantire i diritti solo a metà.

Difficile per una donna che ha subito maltrattamenti in casa tornare al lavoro il giorno dopo. La vergogna di mostrare i segni. Come potrà procurarsi un certificato medico? E quanto tempo impiegherà a tornare ad avere un redito? Come non farla sparire nell’economia sommersa? Anche a questedomande risponde il lungo rapporto, risultato di una missione conoscitiva di Rashida Manjoo, la prima del genere in Italia, durante la quale ha incontrato la corte di Cassazione, rappresentanti dei Tribunali, della polizia di Stato e del corpo dei Carabinieri, visitando pronto soccorso, centri antiviolenza e case rifugio. Oltre ad aver raccolto le testimonianze di donne vittime di violenza e di esponenti di associazioni che sulla dignità, la violenza e il femminicidio lavorano.

«Per la prima volta è stato presentato alle Nazioni Unite un rapporto tematico sul femminicidio, o meglio sugli omicidi basati sul genere, femmicidi e femminicidi», dice Barbara Spinelli. «Si tratta di un evento epocale, che costringe i Governi di tutto il mondo a confrontarsi con la propria responsabilità per quello che Amartya Sen ha definito “il genocidio nascosto”. Nel Rapportola Relatrice Speciale afferma che culturalmente e socialmente occultate, queste diverse manifestazioni degli omicidi basati sul genere continuano a essere accettate, tollerate o giustificate, e l’impunità èla regola. Con riguardo agli omicidi basati sul genere, è veramente carente l’assunzione di responsabilità da parte degli Stati nell’agire con la dovuta diligenza per la promozione e protezione dei diritti delle donne». Il Rapporto contiene anche dati sul femminicidio in Italia e in Europa. «Sono estremamente onorata di aver contribuito, unica europea, ai lavori che hanno portato allastesura di questo Rapporto», concludeBarbara Spinelli rilanciando l’attivismo delle associazioni. Per loro e per la società civile, il Rapporto rafforza idee e azioni. Non si conoscono ancora le reazioni del governo.

martedì 5 giugno 2012

Affido condiviso: il ddl 957 viola i diritti di donne e bambini, il Senato rispetti le Raccomandazioni ONU

Il giorno 5 giugno 2012 è prevista la ricalendarizzazione alla Commissione Giustizia del Senato, in sede referente, del disegno di legge 957 in materia di affido condiviso.

Questo disegno di legge ha come scopo la modifica della legge n. 54/2006 in materia di affido condiviso.

Sulla dubbia costituzionalità del testo e sulle enormi criticità delle disposizioni che vorrebbe introdurre, si sono già ampliamente espresse, anche in sede di audizione parlamentari, associazioni importanti come l’AIAF e l’OUA.

A me in questa sede interessa evidenziare come già la legge 54/2006, allo stato dei fatti, si presenti come gravemente lesiva dei diritti fondamentali di donne e bambini, ed in particolare presenti profili di illegittimità costituzionale alla luce dell’art. 16 della Convenzione ONU per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione dei confronti della donna (CEDAW).

In particolare, già nel Rapporto Ombra sull’implementazione della CEDAW in Italia redatto con la Piattaforma “30 anni CEDAW: Lavori in corsa”, abbiamo osservato come (e cito integralmente) “l’attuale disciplina sull’affido condiviso, non prevedendo esplicitamente che nei casi di maltrattamento, abuso dei mezzi di correzione, violenze sessuali, violenze fisiche, deve essere escluso l’affido condiviso, da un lato viola i diritti dei minori a una vita libera da ogni forma di violenza, dall’altro non tutela le donne vittime di violenza domestica ed anzi le espone ad un incremento del rischio di violenza da parte dell’ex coniuge a causa della gestione condivisa dei minori imposte dalla legge.

In Italia non è ancora un dato acquisito dai tribunali, dai servizi sociali e dall’opinione pubblica il collegamento diretto tra la violenza subita dalle madri e le gravi conseguenze di tipo psicologico, fisico, sociale e cognitivo sui figli, nel breve e lungo termine. Anche il rifiuto del bambino di incontrare il padre maltrattante o abusante viene spesso interpretato dai giudici e dal servizio sociale come condizionamento psicologico del bambino ad opera della madre (PAS- Parental alienation syndrome).

Il mancato riconoscimento del confine tra violenza di genere e conflittualità coniugale determina la stigmatizzazione della donna che denuncia la violenza subita su di sé o sui propri figli in sede di separazione, poiché ci si aspetta che la donna aderisca alla logica della composizione familiare.

Qualsiasi tentativo da parte della donna di far emergere il vissuto di violenza che ha caratterizzato la vita coniugale viene interpretata dalle difese dei padri separati (nell’ambito dei procedimenti di affido) come una finzione inscenata dalla donna al fine a eludere la legge sull’affido condiviso, motivata dalla sindrome di alienazione parentale”.

Il disegno di legge n. 957, andrebbe ad aggravare questo quadro già di per sé plumbeo.

Sempre citando il Rapporto Ombra:
"Padri e madri hanno entrambi e insieme un ruolo da svolgere verso i loro figli, e sarebbe veramente pericoloso, anche sul piano sociale, se mediante l’approvazione di tale disegno di legge si desse spazio a “guerre di parte” dei padri contro le madri, fondate su motivazioni che riguardano gli aspetti economici della separazione, e non le esigenze dei figli .

Questo disegno di legge, promosso con forza dalle associazioni dei padri separati, se approvato,determinerebbe una condizione della donna separata di sudditanza nei confronti dell’ex coniuge, e della sua famiglia di origine. Infatti la donna per ottenere l’affido condiviso non solo dovrebbe conciliare i propri interessi con quelli dell’ex coniuge, ma anche con quelli dei nonni, ai quali con la nuova legge verrebbe riconosciuta la possibilità di agire in giudizio per affermare il proprio diritto di visita.

Questo significa una ulteriore limitazione per la donna nella scelta del luogo dove radicare la propria vita e i propri interessi dopo la fine del matrimonio.

Inoltre, per mantenere l’assegnazione della casa familiare in caso di affido condiviso, la donna dovrebbe rinunciare a radicare in quella casa una nuova convivenza more uxorio. E’ evidente che questo disegno di legge chiede alla donna, se vuole restare madre affidataria, di rinunciare a ricostruirsi una nuova vita affettiva. L’ex coniuge in questo modo, mediante il ricatto dell’affido condiviso, mantiene di fatto un controllo fortissimo sulla nuova vita della sua ex moglie. Questo controllo, oltre a essere eccessivamente limitativo della sfera di autodeterminazione della donna in condizioni di normalità, costituisce un vero e proprio fattore di rischio di rivittimizzazione per quei casi in cui la donna abbia denunciato l’ex coniuge per violenza e, nel caso lo stesso abbia ottenuto comunque l’affido condiviso, si trovi costretta al suo controllo.

La proposta di legge, qualora approvata, obbligherebbe anche la donna che ha subito violenza ( e l’ha denunciata) a sedersi a un tavolo con il proprio aggressore e contrattare con lui le condizioni dell’affido, perché la mediazione sarebbe obbligatoria anche nei casi in cui la donna ha subito violenza.

Oltre a non prevedere la violenza di genere come causa di esclusione dell’affidamento condiviso, il disegno di legge 957 chiede il riconoscimento della sindrome di alienazione genitoriale (PAS) come causa di esclusione dell’affidamento.

Valutare l'affido dei bambini sulla base di una sindrome non riconosciuta nell'albo psichiatrico, portata avanti in America e ora anche in Italia dalle organizzazioni dei padri separati, significa privare i bambini della possibilità di difendersi nei casi di violenze subite dai padri.

In pratica significa che in qualunque procedimento di affido, se il bambino rifiuta di vedere il padre e se viene denunciato un abuso, un atto di pedofilia o di molestia sessuale, il padre ricorrerà alla PAS per dire sempre e comunque che si tratta di "condizionamento della volontà del minore" da parte della madre.

Con l’ulteriore grave conseguenza che, sulla base della diagnosi di una malattia che non esiste (in quanto non è inserita nel DSM), il giudice, senza poter valutare altri elementi ai sensi dell’art. art. 155 c.c., in violazione delle garanzie costituzionali ex art.111 Cost. , sarebbe costretto ad escludere la donna dalle decisione relativi ai figli e dal diritto di visita nei confronti dei figli”.

In Italia dietro ad un numero significativo di separazioni e divorzi si nasconde l’addio di una donna ad una situazione di maltrattamenti, molto spesso violenze morali ed economiche che i figli hanno sistematicamente subito, assistendovi, che la donna, per una serie svariata di motivi, sceglie di non denunciare.

Di questo pregresso, per quanto non denunciato, si dovrebbe però tenere conto in sede di affidamento dei minori. Spesso non è così.

Anzi, in Italia accade ben di peggio.

Accade che, anche davanti a ex coniugi condannati per reati gravi, quali maltrattamenti ed altre forme di violenza nelle relazioni di intimità, spesso agite nei confronti della partner, ma alle quali sistematicamente spesso hanno assistito anche i figli, assorbendo e subendo i danni di quel clima, i magistrati valutino questi soggetti maltrattanti genitori “adeguati”.

E’ così che, anche davanti al netto rifiuto dei minori, questi vengono comunque obbligati per legge a continuare la convivenza anche con quel genitore del quale evidentemente hanno paura, e che spesso li userà come strumento per continuare indirettamente lo stalking e la violenza psicologica nei confronti della ex.

Tutto questo perché la legge non prevede esplicitamente come causa di esclusione dell’affido condiviso neanche la condanna passata in giudicato di uno dei coniugi per reati che integrano violenza nelle relazioni di intimità (maltrattamenti, stalking ecc.).

Tantomeno alla condanna definitiva per questi reati si associa ex lege la sospensione o la decadenza dalla potestà genitoriale.

Così però dovrebbe essere in un Paese civile, che davvero voglia fare qualcosa di costruttivo e di sensato per prevenire il femminicidio (in aumento quelli commessi nel momento in cui la donna decide di separarsi, spesso con i figli come vittime collaterali) e garantire in concreto il diritto di donne e bambini a una vita libera dalla violenza.

A ricordare alle Istituzioni questa precisa obbligazione assunta attraverso la ratifica della CEDAW (nel lontano 1985) è proprio il Comitato CEDAW, che nella raccomandazione n. 50/2011 rivolta allo Stato italiano si è detto “preoccupato per la mancanza di studi sugli effetti di questo cambiamento legale, in particolare alla luce di ricerche comparative che indichino gli effetti negativi sui minori, specialmente sui bambini più piccoli, in caso di imposizione dell’affido condiviso”. Il Comitato inoltre ha espresso la propria preoccupazione “per il fatto che, nell’ambito dei procedimenti relativi all’affido condiviso, in caso di presunti episodi di abuso sui minori, possano essere prodotte consulenze basate sulla dubbia teoria della Sindrome da Alienazione Parentale”.

Il Comitato CEDAW nell’Osservazione conclusiva n. 51/2011 ha chiesto all’Italia di “valutare le modifiche normative in materia di affido condiviso dei minori, attraverso studi scientifici, al fine di valutare gli effetti di lungo termine sulle donne e sui minori, tenendo in considerazione l’esperienza registrata negli altri Paesi su queste problematiche”.

Peraltro l’Italia ha firmato la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla Prevenzione e la Lotta alla Violenza nei confronti delle donne e sulla Violenza Domestica, che, quando verrà ratificata, imporrà alle Istituzioni italiane, ai sensi dell’art. 31, sia l’adozione di le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che l'esercizio dei diritti di visita o di custodia dei figli non comprometta i diritti e la sicurezza della vittima o dei bambini, sia di garantire che, al momento di determinare i diritti di custodia e di visita dei figli, siano presi in considerazione gli episodi di violenza nei confronti delle donne e di violenza domestica.

E allora noi società civile dobbiamo pretendere con fermezza che il Parlamento rispetti le Raccomandazioni ONU ed i principi e le linee guida sancite a livello internazionale circa la protezione di donne e minori in fase di separazione e divorzio.

Due di questi sono imprescindibili: divieto assoluto di mediazione nelle ipotesi di violenza nelle relazioni di intimità, esclusione dall’affido del genitore condannato con sentenza passata in giudicato per fatti di violenza nei confronti dell’altro coniuge.

Sulla riforma della legge sull’affido condiviso in senso garantista di questi principi dovrebbe discutere il Senato, e non certo su di un disegno di legge che introdurrebbe ulteriori e più gravi elementi di rivittimizzazione secondaria nei confronti di donne e minori, in aperta violazione di quelle raccomandazioni CEDAW cui i parlamentari avrebbero invece il dovere di dare attuazione.

La Piattaforma CEDAW, i Giuristi Democratici e la società civile tutta dobbiamo mantenere alta l’attenzione per evitare che, nel più totale disinteresse istituzionale per il numero crescente di femminicidi che riempie le pagine di cronaca, attraverso l’adozione di questo disegno di legge si consumi l’ennesima forma di femminicidio istituzionale, che avrebbe ricadute dirette e gravissime sulla situazione di migliaia di donne e bambini.


05.06.2012
Avv. Barbara Spinelli
Giuristi Democratici – Piattaforma “Lavori in corsa: 30 anni CEDAW”

 
LINK

Il testo delle Raccomandazioni CEDAW all’Italia

Il Rapporto Ombra presentato all’ONU dalla Piattaforma “Lavori in corsa: 30 anni CEDAW” (pp.108-110)

Il disegno di legge 957 in discussione al Senato
Il testo
I documenti acquisiti
L’iter legislativo

Famiglia rosso sangue

Zero Violenza Donne

mercoledì 23 maggio 2012

28 maggio: formazione forense sulla CEDAW a Padova

 
L’Associazione Giuristi Democratici di Padova “Giorgio Ambrosoli”
con la partecipazione
del Comitato Pari Opportunità del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Padova
che ha dato il suo patrocinio all’iniziativa
organizza presso l’aula Falcone-Borsellino (Corte d’Assise) del Tribunale di Padova

LUNEDI’ 28 MAGGIO 2012
dalle ore 14,00 alle ore 18,00

un incontro formativo sulla  C E D A W
CONVENZIONE ONU PER L’ELIMINAZIONE DI OGNI FORMA DI DISCRIMINAZIONE CONTRO LE DONNE

relatrici:
avv. INES CORTI
la Convenzione CEDAW e il Protocollo Opzionale

avv. BARBARA SPINELLI
le Raccomandazioni e la giurisprudenza del Comitato CEDAW; aspetti applicativi nell’ordinamento giuridico italiano

L’incontro di formazione è stato accreditato dall’Ordine degli Avvocati di Padova con tre crediti di carattere deontologico

25-27 maggio: 3 appuntamenti sulla CEDAW a Firenze

25 MAGGIO, Ore 17.30-19.15

MEDIA: rappresentazione delle donne e banalizzazione della violenza

Terra Futura
FIRENZE, Fortezza DaBasso
Stand Regione Toscana

Convegno "MEDIA: rappresentazione delle donne e banalizzazione della violenza"
A cura di Regione Toscana – Assessorato al Welfare e politiche di genere

Interventi e relatori
SALVATORE ALLOCCA – Assessore Welfare e politiche per la casa della Regione Toscana
ENZA PANEBIANCO – Blogger
BARBARA SPINELLI – Giuristi Democratici

26 MAGGIO, Ore 15,30

Le donne contano: la partecipazione attiva delle donne alla vita politica e pubblica
FIRENZE, Piazza Madonna della Neve
Sala delle Vetrate ex murate


27 MAGGIO, Ore 14,30 - 16,30

Tavola rotonda

"Cambiar misure per cambiare il mondo": presentazione del Rapporto Social Watch 2012.

FIRENZE, Fortezza DaBasso
Terra Futura

Area dibattiti ACLI
Impatto delle politiche di austerity, cambiamenti climatici, giustizia di genere: lo stato dei diritti sociali in Italia e i nuovi indicatori per un Benessere equo e sostenibile.

Ne discutiamo con:
Enrico Giovannini, Presidente Istat
Filomena Maggino, ISQOLS e Università di Firenze
Claudia Signoretti, Fondazione Pangea, per la Piattaforma “Lavori in corsa: 30 anni CEDAW”
Stefano Lenzi, WWF
Gianni Sinni e Laurie Elie, LCD grafica e docente comunicazione visiva
Andrea Olivero, presidente Acli

modera: Jason Nardi, coordinatore della coalizione italiana Social Watch



venerdì 18 maggio 2012

CEDAW: seminario il 19 maggio ad Ascoli Piceno

Partecipazione sociale economica e politica delle donne


Sabati 19 maggio 2012
09:00
Ascoli Piceno
piazza Simonetti 36 - sala del Consiglio Provinciale, Italy

Ore 9,00 registrazione dei partecipanti
Ore 9,15 saluto delle Autorità
Ore 9,30 Paola Petrucci
Consigliera di Parità per la Provincia di Ascoli Piceno
introduzione ai lavori del seminario
Ore 9,45 Barbara Spinelli, redattrice del rapporto CEDAW
rapporto CEDAW - art. 7 Rappresentanza nella vita politica e pubblica
Ore 10,3 Antonietta Masturzo, vice Presidente della Commissione  PO Regione Marche
proposte di Legge nella Regione Marche
Ore 11,00 interventi programmati
- del mondo civile
- del mondo economico
- del mondo politico

ore 12,30 conclusioni
Maria Antonietta Lupi,
Presidente della Commissione PO della Provincia di Ascoli Piceno

Coordina Laura Ripani, giornalista





CEDAW: seminario il 13 aprile ad Ancona

SEMINARIO DI STUDIO

13 APRILE 2012 
 09.00 -13.00
Aula Rettorato Piazza Roma - ANCONA

"Politiche di Parità e di contrasto alla discriminazione di genere".
Buone prassi e prospettive future

SALUTI ISTITUZIONALI:
Patrizia Casagrande Esposto - Presidente Provincia di Ancona
Adriana Celestini - Assessore Comune di Ancona
Carla Virili - Assessore Pari Opportunità Provincia di Ancona
Paola Petrucci - Consigliera Regionale di Parità delle Marche

INTERVENTI:
Anna Salvucci - Presidente Comm.Speciale Donne elette e P.O. Provincia di Ancona
Elisabetta Melotti - Procuratrice Capo Procura di Ancona
Meri Mengoni - Dirigente Formazione e Lavoro Provincia di Ancona
Margherita Carlini - Resp. Progetto Anti-stalking Provincia di Ancona
Myriam Fugaro - Associazione Donne e Giustizia Ancona
Laura Pergolesi - Progetto Donne migranti - Provincia di Ancona
Barbara Spinelli - Giuristi Democratici - Rapporto Ombra Cedaw

MODERA E COORDINA
Pina Ferraro - Consigliera di Parità Effettiva Provincia di Ancona



«L'Italia deve fare molto di più, c'è uno scarto tra legge e sua applicazione che va colmato, le donne non sono il problema ma la soluzione», queste le parole accorate, sia nei modi che nei termini, di Violeta Neubauer, del Comitato O.N.U. per l'eliminazione delle discriminazione nei confronti delle donne, che vigila sull'applicazione dell'omonima convenzione internazionale, la C.E.D.A.W.

Parole consegnate alle tantissime persone che hanno riempito la Sala Mappamondo della Camera dei deputati, in occasione della presentazione del rapporto ombra sui diritti delle donne in Italia, lo scorso gennaio.

I punti critici, individuati dalla Piattaforma Cedaw sono diversi: lavoro e welfare, tratta e prostituzione, stereotipi e rappresentanza politica, violenza, diritti sessuali e salute riproduttiva. E le istituzioni in tal senso hanno una grande responsabilita: non avere adempiuto adeguatamente alla diffusione dei contenuti della convenzione e, in tal senso, non aver favorito una conoscenza approfondita e l'accessibilità ai propri diritti alle/ai cittadine/i.

Su questi e altri aspetti del tema della discriminazione di genere e, in particolare sulle politiche di contrasto alla violenza di genere, si discuterà domani nell'Aula Magna del Rettorato sita in Piazza Roma di Ancona.

A parlarne illustre esperte di tale fenomeno e professionisti quotidianamente impegnate a fronteggiare, ognuno con la propria mission e specificità professionale, il triste e troppo antico fenomeno della violenza contro le donne e i minori.

Il seminario, tra l'altro, apre un ciclo di seminari di studio che la rete delle consigliere di Parità delle Regione Marche ha programmato e realizzerà nel corso di questo anno, concludendo con il convegno conclusivo del 24 novembre 2012, in occasione della giornata internazionale contro la violenza alle donne.

L'obiettivo che si intende raggiungere, pertando, è ripristinare e implementare la rete antiviolenza cittadina. Infatti, è importante e doveroso che ognuno di noi - istituzioni pubbliche e private - vigili affinché le misure contenute nella Cedaw e le raccomandazioni europee, così come le norme italiane in tema di lotta alla discriminazione di genere e supporto alle politiche di cittadinanza, vengano attuate.

In tal senso, l'auspicio della consigliera di parità per la Provincia di Ancona, d.ssa Pina Ferraro, che ha voluto fortemente l'avvio e la realizzazione di questo percorso di studio e approfondimenti, è quello di insistere, sollecitare e/o implementare un dialogo costruttivo tra e con con le istituzioni nazionali e locali affinchè ognuno, assumendosi in sé le proprie responsabilità, possa contribuire al superamento del gap di genere in ogni sfera della vita quotidiana delle donne, restituendo dignità a tutte quelle donne che ancora non l'hanno ottenuta, nonché rafforzare e sostenere quante l'hanno già conquistata.

Lavoro, politiche sociali, pari opportunità, parità di genere, conciliazione, qualità della vita, ecc, sono i tanti temi e altrettanti percorsi che dovranno vederci tutti/e uniti, perché è solo un reale, concreto e sincero lavoro di rete che può sconfiggere la violenza contro le donne e, tutte le altre aree di disagio che vedono un popolo di sofferenti e sconfitti aumentare sempre più.

Solo una forte azione condivisa tra chi persegue obiettivi di parità, mettendo insieme coraggio e passione, può farci guardare avanti e immaginare un mondo in cui i diritti delle donne siano diritti acquisiti e questi momenti di studio e approfondimento solo momento come un altro, a ricordarci di non abbassare la guardia.

LA CONSIGLIERA DI PARITA' EFFETTIVA
f.to D.ssa G. Ferraro



mercoledì 28 marzo 2012

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venerdì 16 marzo 2012

Prevenire la violenza: Formazione forense il 23 marzo a Torino

Prevenire la violenza
Analisi della Sentenza della Suprema Corte di Cassazione n.4377/2012


Iniziativa accreditata dall'Ordine degli Avvocati di Torino

23 marzo 2012
h.15.00
TORINO
Palazzo Capris - Via Santa Maria 1

Organizzato da:
Consiglio dell'Ordine di Torino - Fondazione "Fulvio Croce"
Comitato Se non ora quando? Torino

Saluti:

avv. Mario Napoli
Presidente dell'Ordine degli Avvocati
avv. Marco D'Arrigo
Presidente della Fondazione dell'Avvocatura Torinese "Fulvio Croce"

Interventi:
avv. Barbara Spinelli Giuristi Democratici
dott. Dionigi Tibone Sostituto procuratore presso il Tribunale di Torino
dott.ssa Sandra Recchione Giudice presso il Tribunale di Torino
avv. Antonella Anselmo Comitato Promotore Se non ora quando?
avv. Assunta Confente Consigliere dell'Ordine degli Avvocati di Torino
dott.ssa Silvia Donadio Responsabile Centro SVS, Torino

Modera
dott.ssa Laura Onofri Comitato Se non ora quando? Torino

La partecipazione all'incontro è gratuita
e dà diritto al riconoscimento di crediti formativi



17 marzo a Terni: presentazione del Rapporto Ombra CEDAW

giovedì 1 marzo 2012

10 marzo a Perugia: Donne che fanno la differenza

Sabato 10 Marzo 2012
66° anniversario del voto passivo alle donne

Sala della Vaccara, Palazzo dei Priori
Piazza IV Novembre, Perugia
ore 16.30

Sezione ANPI Perugia Bonfigli/Tomovic

Donne che fanno la differenza
Dalla memoria all'attualità

Saluti:
Lorena Pesaresi - Assessore alle pari opportunità del Comune di Perugia

Interverranno:
Teresa Vergalli- staffetta partigiana
"Storie di una staffetta partigiana in Emilia"

Mirella Alloisio - partigiana e presidente della sezione ANPI Perugia "Bonfigli/Tomovic"
"Le lotte e le conquiste delle donne dopo la Resistenza attraverso la vita della partigiana Edda Orsi"

Barbara Spinelli - avvocata, componente di Giuristi Democratici e della Piattaforma "Lavori in corsa: 30 anni di CEDAW"
"CEDAW e il diritto delle donne alla soggettività pubblica e politica"

Coordina:
Adelaide Coletti - giornalista

Tutte le donne, le associazioni, le organizzazioni sono invitate a partecipare al dibattito

6 marzo: presentazione delle raccomandazioni CEDAW in consiglio comunale a Novellara

Martedì 6 marzo 2012
h. 21,00
Sala del Consiglio
Comune di Novellara


Consiglio Comunale aperto
Presentazione del rapporto CEDAW sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna

con l’avvocato Barbara Spinelli - Piattaforma "30 anni di CEDAW: lavori in corsa"

Serata di riflessione sulle donne in relazione alla salute, al lavoro e alle violenze di genere ed i mezzi e misure speciali da attuare per realizzare una società non discriminante.

8 marzo: seminario di studi sulla CEDAW all'Università di Macerata

GIOVEDì 8 MARZO 2012
H. 11.00
AULA MAGNA / PIAGGIA DELL’UNIVERSITÀ, 2
MACERATA

SEMINARIO DI STUDI SULLA CEDAW




SALUTI

Luigi Lacchè
magnifico rettore università di Macerata

Stefania Cavagnoli
 presidente comitato pari opportunità università di Macerata

Federica Curzi
assessore alla pari opportunità e ai diritti umani comune di Macerata

Paola Mariani
 assessore alle pari opportunità provincia di Macerata

INTRODUCE

Ines Corti
delegata del rettore alle pari opportunità  università di Macerata

RELATORI

Natascia Mattucci
facoltà di scienze politiche  università di Macerata
La Cedaw e i diritti umani

Barbara Spinelli
avvocata,  Giuristi Democratici, Piattaforma “30 anni di CEDAW: lavori in corsa”
L’implementazione della Cedaw: il ruolo della società civile

Barbara Pojaghi
preside della facoltà di scienze della comunicazione  università di Macerata
Cedaw, genere, comunicazione

INFO / T. 0733 258 2462 e mail cherubini@unimc.it

Il 3 marzo a Genova: Lotta alle discriminazioni nei confronti delle donne e violenza di genere, facciamo il punto

Il 2 Marzo a Pisa: La violenza di genere nel Rapporto Ombra CEDAW

Venerdì 2 Marzo alle 16,30 presso la Domus Mazziniana di Pisa si terrà l'incontro La violenza di genere nel Rapporto Ombra CEDAW.
L'incontro è organizzato dall'Associazione Casa della Donna e a rappresentare la Piattaforma "Lavori in corsa: 30 anni CEDAW" sono state invitate Barbara Spinelli di Giuristi Democratici e Rossana Scaricabarozzi di Actionaid. I loro interventi saranno incentrati sul focal point della violenza contro le donne come affrontato nel Rapporto Ombra.




mercoledì 1 febbraio 2012

Visita ufficiale in Italia della Relatrice Speciale ONU contro la violenza sulle donne

Violenza contro le donne: Si è conclusa la visita in Italia dell'Esperto delle Nazioni Unite

ITALIA/GINEVRA (26 gennaio 2012) – Si è conclusa oggi la missione conoscitiva in Italia del Relatore speciale dell’ONU per la Violenza contro donne, le sue cause e conseguenze, Rashida Manjoo, che ha pronunciato la seguente dichiarazione preliminare:

"Desidero anzitutto manifestare la mia gratitudine al Governo italiano per aver risposto prontamente alla mia richiesta di effettuare questa missione, come pure per l'eccellente cooperazione di cui ho beneficiato nel corso della mia visita di 12 giorni nel paese. Ringrazio anche i miei interlocutori, inclusi i funzionari pubblici di alto livello delle amministrazioni centrali e locali, i singoli e le organizzazioni della società civile, i rappresentanti del mondo accademico, le donne presso le strutture detentive e in particolar modo le superstiti della violenza. Nell'ambito delle mie attività a Roma, Milano, Bologna e Napoli ho visitato anche centri antiviolenza per le donne, un campo autorizzato per la comunità Rom e Sinti, carceri e strutture detentive per donne e minori e un centro di detenzione per immigrati irregolari; ho anche tenuto una serie di incontri presso un'università.

La mia visita è stata incentrata, in linea generale, sul tema della violenza contro le donne in quattro contesti: l'ambito domestico, la comunità, la violenza perpetrata o condonata dallo Stato e la violenza in un contesto transnazionale. Tra le questioni esaminate rientrano la violenza domestica; il femminicidio; la violenza contro le donne vittima di forme multiple e interrelate di discriminazione comprese le donne Rom, Sinti e altre donne migranti; donne presso le strutture detentive, donne disabili e transessuali.

Dai miei colloqui con i fornitori statali e non statali di servizi come la polizia, i giudici, i mediatori culturali, le associazioni che si adoperano per la promozione e la protezione dei diritti delle donne nonché gli operatori e gli ospiti dei centri anti-violenza per le donne, è emersa l'esistenza di una vasta esperienza e competenza nella fornitura dei servizi, inclusa l'assistenza legale, sociale, psicologica ed economica alle vittime della violenza contro le donne. La costruzione di tali abilità è stata possibile grazie ai finanziamenti pubblici, con partenariati collaborativi pubblico-privati e fonti di finanziamento esterne.

Purtroppo, la violenza sulle donne resta un problema in Italia, similmente a quanto accade in molti altri paesi del mondo. Con dati statistici che vanno dal 70 all'87% a seconda della fonte, la violenza domestica risulta essere la forma di violenza più pervasiva che continua a colpire le donne in tutto il paese. Il continuum della violenza tra le mura domestiche si riflette nel numero crescente delle vittime di femminicidio: dalle statistiche fornite risulta che, nel 2006, 101 donne sono state uccise dal partner, dal marito o dall'ex partner, e il dato per il 2010 è aumentato a 127. Gran parte delle manifestazioni della violenza non viene denunciata in un contesto caratterizzato da una società patriarcale e incentrato sulla famiglia; la violenza domestica, inoltre, non sempre viene percepita come reato; emerge poi il tema della dipendenza economica, come pure la percezione che la risposta dello Stato a tali denunce possa non risultare appropriata o utile. Per di più, un quadro giuridico frammentario e l'inadeguatezza delle indagini, delle sanzioni e del risarcimento alle donne vittima di violenza sono fattori che contribuiscono al muro di silenzio e di invisibilità che circonda questo tema.

È importante sottolineare che le statistiche citate non tengono necessariamente conto della prevalenza della violenza sulle donne Rom e Sinti e sulle donne che appartengono ad altre minoranze. In quanto minoranze, questi gruppi affrontano forme multiple di violenza e discriminazione sia nella sfera privata che in quella pubblica. Tale condizione è poi esacerbata, tra l'altro, dal loro status civile - regolare o meno, dalle loro realtà socio-economiche e dalla mancanza di fiducia nel sistema statale. La situazione di queste donne risulta spesso caratterizzata dall'assenza di opportunità e servizi adeguati in campo abitativo, sanitario, formativo e occupazionale. Ho inoltre appreso che il perpetuarsi della discriminazione e della violenza contro queste donne, a livello individuale come istituzionale, le rende reticenti a rivolgersi ai servizi sanitari, legali, sociali e di sostegno.

Per quanto riguarda le donne in carcere, sono stata informata in merito alle difficoltà di accesso alle opportunità di studio e lavoro, difficoltà riconducibili alla mancanza di risorse e alle pratiche discriminatorie poste in essere dal personale delle strutture carcerarie. Ho anche rilevato con preoccupazione le numerose lamentele riguardo la disparità di trattamento da parte di alcuni giudici di sorveglianza nel riesame delle sentenze per la scarcerazione anticipata delle detenute che soddisfano i requisiti per misure alternative al carcere. Inoltre, i problemi che affrontano le detenute con figli minorenni all'interno e/o fuori dal carcere dovrebbero essere presi in esame e, ove possibile, occorre valutare eventuali pene alternative.

Plaudo alle azioni intraprese dal governo per far fronte al tema della violenza contro le donne, anche attraverso la promulgazione di normative come la legge sugli atti persecutori (stalking); l'elaborazione di piani d'azione nazionali sulla violenza contro le donne nonché su donne, pace e sicurezza; un Piano Nazionale per l'inclusione delle donne nel mercato del lavoro e la creazione e l'accorpamento di organismi governativi incaricati della promozione e protezione dei diritti delle donne. Tuttavia, le sfide sono ancora tante: tra queste, la piena ed effettiva partecipazione delle donne al settore del lavoro pubblico e privato e alla sfera politica. Il quadro politico e giuridico frammentario e la limitatezza delle risorse finanziarie per contrastare la violenza sulle donne, infatti, ostacolano un'efficace ottemperanza dell'Italia ai suoi obblighi internazionali. A questo proposito, vorrei ribadire l’opportunità di trovare soluzioni olistiche che consentano di far fronte sia alle necessità individuali delle donne che alle barriere sociali, economiche e culturali che sono una realtà nelle vite di tutte le donne. La presa in carico di tali necessità deve andare di pari passo con un cambiamento sociale per contrastare le cause sistemiche e strutturali delle disuguaglianze e della discriminazione che molto spesso portano alla violenza sulle donne.

Infine, vorrei sottolineare che l'attuale situazione politica ed economica dell’Italia non può essere utilizzata come giustificazione per la diminuzione di attenzione e risorse dedicate alla lotta contro tutte le manifestazioni della violenza su donne e bambine in questo paese. Invito quindi tutte le parti coinvolte ad assumersi, in questo momento cruciale, la responsabilità di promuovere i diritti umani per tutti e, cosa più importante, a far sì che il tema della violenza contro le donne rimanga tra le priorità dell'agenda nazionale. Esorto il settore governativo e quello non governativo ad adottare un approccio più coerente e creativo, così da favorire la transizione verso una società politicamente ed economicamente stabile in cui la promozione e la protezione dei diritti umani di tutti gli individui possa diventare un obiettivo centrale in quest'epoca di crisi e cambiamento.

Le conclusioni dettagliate della missione saranno illustrate nel Rapporto che presenterò al Consiglio dei Diritti umani delle Nazioni Unite nel giugno del 2012."

ENDS



Ms. Rashida Manjoo (South Africa) was appointed Special Rapporteur on Violence against women, its causes and consequences in June 2009 by the UN Human Rights Council, for an initial period of three year. As Special Rapporteur, she is independent from any government or organization and serves in her individual capacity. Ms. Manjoo is also a Professor at the Department of Public Law at the University of Cape Town.



For additional information on the mandate of the Special Rapporteur, please visit:

http://www2.ohchr.org/english/issues/women/rapporteur/index.htm

Check the UN Declaration on the Elimination of Violence against Women:


OHCHR Country Page – Italy

http://ohchr.org/EN/countries/ENACARegion/Pages/ITIndex.aspx

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venerdì 27 gennaio 2012

L'ONU all'Italia: niente tagli anticrisi sulla pelle delle donne

di Luisa Betti
27.01.2012

di Luisa Betti, Antiviolenza


27 gennaio 2012

La relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza di genere in missione a Roma per esaminare l'inquietante "caso Italia". La questione della violenza domestica e le raccomandazioni al governo.
Le donne italiane fanno sentire la loro voce: a Roma, Milano, Bologna, Napoli, Catania. Non ce la fanno più a vedersi rappresentate come pin-up col culo per aria, a lavorare di più e guadagnare meno, a sottostare alle prepotenze maschili in casa e fuori casa, a essere considerate delle bambole di carne senza cervello; e hanno dichiarato guerra a chi le discrimina, le violenta, le uccide.

Ieri è stata una giornata intensa per queste donne: perché mentre in diverse città si preparavano fiaccolate in ricordo di Stefania Noce, uccisa dall’ex fidanzato a coltellate il 26 dicembre scorso, e di tutte le donne uccise in questi mesi, Rachida Manjoo, esperta indipendente incaricata dal Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite per il monitoraggio della violenza contro le donne nel mondo, concludeva la sua visita ufficiale nel nostro paese dando ai giornalisti/e presenti ieri alla Sioi (Società italiana per l'organizzazione internazionale di Roma), un'anteprima del rapporto che presenterà a giugno alla 20a sessione del Consiglio dei Diritti Umani.

Un rapporto che arriva dopo il grande e intenso lavoro della Piattaforma “Lavori in corsa – 30 anni CEDAW”, (Actionaid, Arci, Pangea, Differenza donna, Be Free, Casa internazionale delle donne, Fratelli dell'uomo, Giuristi democratici e Le9) che a luglio ha presentato alle Nazioni Unite a New York il suo “Rapporto ombra” sulla situazione delle donne italiane. Una settimana fa la Piattaforma ha presentato il Rapporto ombra anche a Montecitorio, grazie all’on. Rosa Calipari, portando a Roma Violeta Neubauer, rappresentante Cedaw (Comitato Onu che vigila sull’applicazione della Convenzione internazionale per l’eliminazione delle discriminazione nei confronti delle donne), che ha bacchettato a dovere le istituzioni italiane per la loro inadempienza e il forte ritardo nel rispetto della Convenzione Internazionale ratificata dall’Italia 27 anni fa.

Un lavoro, quello della Piattaforma, fatto da donne italiane che si sono indebitate per far conoscere la nostra situazione e che per la visita di Rashida Manjoo si sono mobilitate, insieme a tutte le associazioni, per far vedere alla relatrice dell’Onu la nostra realtà.

La cosa importante infatti non sono tanto i dati, che più o meno conoscevamo, riguardo la violenza, quanto la portata dell’evento: è la prima volta che una inviata speciale dell’Onu sulla violenza di genere si è dedicata alla situazione italiana, esaminandone gli aspetti più inquietanti e dialogando con le istituzioni, per portare poi il caso al Congresso sui diritti umani di giugno.

Rashida Manjoo si è soffermata su diversi punti, primo tra tutti la violenza domestica che si rivela come “la forma di violenza più pervasiva che continua a colpire le donne italiane”, cioè la più diffusa e la più capillare, presente tra il 70 e l’87% dei casi (i dati non sono mai precisi perché i dati ufficiali, quando ci sono, non coincidono quasi mai con quelli delle associazioni che lavorano sul territorio), in cui le donne “non denunciano e non segnalano” sia perché sono all’interno di un “contesto culturale patriarcale incentrato sulla famiglia” con forte dipendenza economica della donna, sia perché la percezione riguardo alle istituzioni non è quella di uno Stato che protegge le donne, ma al contrario le espone in “un quadro giuridico frammentario con inadeguatezza delle indagini, delle sanzioni e del risarcimento alle vittime, fattori che contribuiscono al muro di silenzio e di invisibilità che circonda questo tema”.

“Sulla violenza domestica – continua Manjoo – è doverosa una sensibilizzazione forte perché questa violenza non viene ancora percepita come un reato e un danno, e viene troppe volte considerata normale all’interno della famiglia. Una cosa che avviene sia nei nuclei italiani che tra le minoranze presenti nel paese e in entrambi i casi le donne non si sentono tutelate né all’interno delle mura domestiche né dallo Stato, in un contesto culturale in cui spesso non si rendono conto di quello che succede perché non ne hanno piena consapevolezza”. Una violenza che anche agli occhi della relatrice dell’Onu non è slegata dal resto perché, afferma, “se nella società e nei media la donna viene rappresentata in maniera riduttiva e viene considerata esclusivamente come oggetto sessuale e come madre, si crea un terreno fertile per discriminazione e violenza di genere”.

Ma cosa fa il nostro governo rispetto a un quadro così chiaro? Rashida Manjoo, durante la conferenza stampa, è rimasta sorpresa di alcuni fatti: il primo, di non aver incontrato donne provenienti dal Nord Africa nei Cie: “Che fine hanno fatto tutte le donne che sono sbarcate in Italia? Alcune le ho incontrate ai centri antiviolenza, altre in carcere, e il resto?”; secondo, di aver appreso che da noi c’è una nuova legge, passata alla Camera ma ancora in sospeso, per cui i bambini possono stare in carcere con le mamme non più fino ai tre ma fino ai sei anni: “Non mi sembra una buona idea, i bambini devono vivere in una casa e andare a scuola, perché non si applicano pene alternative come la detenzione domiciliare?”. Perplessità legittime in un paese civile. Ma l’Italia è civile? Perché in un paese in cui viene ormai uccisa una donna ogni due giorni per motivi di genere (cioè in quanto donna) e per la maggior parte per mano di un partner o di un ex, non c’è un piano efficace di sostegno ai centri antiviolenza, dato che la maggior parte di questi femmicidi si consuma in famiglia ed è preceduta da ripetuti episodi di violenza domestica?

“Nei centri antiviolenza che ho visitato – chiarisce la relatrice speciale dell’Onu - c’è tutto quello che occorre a una donna che subisce violenza: sostegno psicologico, assistenza legale specializzata, accudimento delle donne e dei bambini che sono presenti. Ma il problema è che queste associazioni non sono finanziate in maniera costante soprattutto dagli enti locali e molto lavoro viene fatto a livello volontario. Una situazione che io stessa ho sottolineato al governo italiano perché se la forte competenza di questi centri non viene sostenuta economicamente, tutto il patrimonio di questo lavoro che si è accumulato negli anni rischia di andare perso”.

La piattaforma, insieme all’Associazione nazionale Dire (Donne in rete contro la violenza) ha promosso oggi, a ridosso dela conferenza, un messaggio in cui si chiede alle istituzioni, oltre alla ratifica della Convenzione Europea per la prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne di Istanbul (vergognoso che l’Italia non l’abbia ancora almeno firmata) e all’applicazione reale della Convenzione internazionale per l'eliminazione delle discriminazione nei confronti delle donne, anche il varo di “una legge che definisca la violenza di genere in tutte le sue forme prendendo atto delle raccomandazioni Cedaw al governo italiano” e “un impegno particolare nell’applicazione della Convenzione internazionale, che coinvolga gli enti locali che dovranno mantenere un costante sostegno economico ai centri antiviolenza italiani”.

Il messaggio al governo italiano sulla “questione femminile” è stato quindi, in questi giorni, chiaro e netto da più parti, e nel caso ci fosse qualche dubbio la stessa relatrice speciale ha precisato che “l’attuale situazione politica ed economica dell'Italia non può essere utilizzata come giustificazione per la diminuzione di attenzione e risorse dedicate alla lotta contro tutte le manifestazioni della violenza su donne e bambine in questo Paese. Le sfide sono ancora tante, e tra queste la piena ed effettiva partecipazione delle donne al lavoro e alla sfera politica”.